Capire la cronologia Nelle scorse settimane è ricominciata una polemica che ormai mi pare stagionale: era vero che anche molti esponenti della sinistra del dopoguerra erano stati fascisti? La polemica sarebbe in sé sterile, perché la risposta sarebbe semplicemente sì, e lì la faccenda finisce. Così come ci sono stati molti comunisti che hanno abbandonato le loro posizioni e sono diventati anticomunisti (e ferventi, si pensi a Silone, per non dire degli ultimissimi) non dovrebbe esservi nulla di strano che molti fascisti siano diventati antifascisti. È che in queste discussioni si perdono di vista le distanze storiche, la cronologia, quelle cose che si capiscono dando una semplice occhiata alla Garzantina. Mi spiego. È tornato in ballo l’argomento che nel 1931, quando fu richiesto il giuramento ai professori universitari, solo dodici (a me pareva di ricordare undici, ma fa lo stesso) si rifiutarono e se ne andarono altrove. Indubbiamente l’episodio, qualsiasi giustificazione si tenti di darne, rimane umiliante. Ma partendo da quel triste argomento si ritirano fuori episodi (taluni certamente evidenti, altri assai blandi e quasi burocratici) di compiacenza col regime da parte di personaggi come Vittorini, Pavese, e via via sino a Bobbio. E qui stiamo perdendo il senso della cronologia. Se si calcola che il giuramento è stato richiesto nel 1931, che di solito a quell’epoca si andava in cattedra verso i quaranta-cinquant’anni, e che i resistenti non potevano essere andati in cattedra negli ultimi anni per meriti fascisti, dobbiamo considerare che sia quei professori che si sono rifiutati sia quelli che hanno accettato, era tutta gente che all’epoca andava sulla cinquantina, e anche oltre. Dunque persone che avevano vissuto prima del regime, conoscevano quell’Italia umbertina e post-umbertina che, per male che se ne dica, era tuttavia retta da un regime parlamentare. Persone dunque che potevano discriminare tra regime democratico e dittatura. Ma si vedano ora altre date: Vittorini e Pavese nascono nel 1908, Piovene, Brancati e Moravia nel 1907, Bobbio nel 1909, Spadolini (a cui sono stati rimproverati alcuni articoli giovanili certamente imbarazzanti) nel 1925. Quindi si trattava di persone che all’avvento del fascismo avevano tra i tredici e i quindici anni (mentre l’intransigente Salvemini ne aveva quarantanove) per non dire di Spadolini che addirittura non era ancora nato. Qualcuno potrebbe dire che a quindici o diciassette anni (nel 1924 viene ucciso Matteotti) anche un ragazzo poteva accorgersi di che cosa stava accadendo, ma stiamo pensando a un ragazzo di oggi che viene informato dalla radio, da decine di televisioni, magari da Internet. Provate ad aver vissuto nel ’24 in Sicilia leggendo, quando andava bene, un solo giornale, sotto censura, in un clima che risentiva delle discussioni nazionalistiche anteguerra e del clima infiammato della guerra appena finita. E questi ragazzi andavano a scuola, dove si parlava loro solo del fascismo, crescevano sempre più separati dalla cultura europea dell’epoca, a poco a poco (se pure avevano qualche memoria del “prima”) si trovano in un paese totalitariamente inteso alla celebrazione di un solo regime, di una sola cultura. Il fatto che alcuni, lentamente, si siano poi avvicinati a Bottai piuttosto che a Farinacci, che abbiano iniziato a elaborare nei Guf una fronda che – badiamo bene – era interna, non esterna al fascismo (senza neppure parlare di quelli che hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con propagandisti della lotta clandestina, portavoce degli emigrati) era il massimo che potevano fare e cara grazia che lo abbiano fatto. Che alcuni già prima della guerra, altri durante, altri addirittura dopo, si siano mossi verso altre prospettive è stato un miracolo di pensiero critico. E dopo ci sono stati quelli che si sono buttati decisamente dall’altra parte, altri che hanno riflettuto amaramente sulla loro “coda di paglia”, altri che hanno narrato il loro lungo viaggio attraverso il fascismo. Non si può parlare in blocco del comportamento degli “intellettuali italiani sotto il fascismo”, come se ciascuno di questi intellettuali non avesse un atto di nascita. Italiani, esortiamoci l’un l’altro, se non alle storie, almeno alle cronologie. 1997